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Gb, nella corsa per Downing Street è sfida tra Johnson e Hunt

Al ballottaggio tra i 160mila iscritti al partito lʼex sindaco di Londra parte in vantaggio, ma i giochi non sono ancora fatti

Gb, nella corsa per Downing Street è sfida tra Johnson e Hunt

Sarà tra Jeremy Hunt e Boris Johnson la sfida per la successione di Theresa May come leader Tory e prossimo primo ministro della Gran Bretagna. Lo ha stabilito il quinto e ultimo scrutinio preliminare tra i 313 deputati conservatori. Johnson ha ottenuto 160 voti, confermandosi primo, mentre Hunt è salito a 77. Eliminato invece Michael Gove, fermatosi a 75. Ora toccherà ai 160mila iscritti al partito conservatore scegliere il nuovo leader.

Al ballottaggio si arriva dopo cinque scrutini condotti fra i 313 deputati conservatori per scremare gradualmente la lista iniziale dei 10 aspiranti. Caduto Rory Stewart, il solo vero moderato rimasto in pista, contrario all'ipotesi anche solo teorica di una traumatica uscita dall'Ue senz'accordo, gli ultimi round hanno suggellato l'esclusione di due figure simbolo: dapprima il ministro dell'Interno, Sajid Javid, figlio d'immigrati pachistani musulmani e unico profilo estraneo alle elite dei rampolli bene allevati in scuole private come Eton e università come Oxford; poi quello dell'Ambiente, Michael Gove, sodale di Johnson nella campagna referendaria pro Leave del 2016 e già protagonista tre anni fa di un clamoroso tradimento dell'undicesima ora, che allora costò all'ex amico la fine del sogno di Downing Street.

Gove, dato in rimonta, non ce l'ha fatta per appena due schede rispetto a Hunt e il sospetto dei suoi è che qualche "johnsoniano" abbia votato alla fine in modo tattico allo scopo di tenerlo fuori per evitare una resa dei conti scomoda e consumare la vendetta a freddo.

Johnson parte comunque da favorito, con oltre il doppio dei voti fra i parlamentari (160 contro 77) e tutti i sondaggi sugli umori degli iscritti favorevoli. E proprio Johnson promette di dare un'accelerata alla Brexit dopo lo stallo della stagione May (pur rimanendo evasivo quando non ambiguo sui dettagli) e di fare uscire finalmente il Regno dal club europeo alla scadenza del 31 ottobre, senza altre esitazioni o rinvii. Preferibilmente con un "nuovo accordo" (che Bruxelles insiste però di non aver la minima intenzione di rinegoziare), ma al limite anche con un no deal.

Hunt, sostenitore pentito del fronte Remain nel 2016 e neo brexiteer, avrà così il suo bel daffare per cercare di rimontare affidandosi a una visione solo di poco più cauta di quella di Johnson, con sfumature su possibili proroghe ulteriori dell'uscita dal club europeo limitatissime nel tempo; con appelli all'unità del partito e richiami al buon senso; con autopromozione come candidato più affidabile per provare a fermare in caso di elezioni il Labour "neo marxista" di Jeremy Corbyn.

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